Aggressività e rabbia nei bambini: come e quando intervenire

5 novembre 2012 11:45

L’infanzia e la crescita costituiscono dei momenti molto complessi e delicati. Nonostante le classificazioni e le etichettature diagnostiche, parlare di malattie dei bambini è sempre molto difficile, e mi riferisco soprattutto a problemi riguardanti il comportamento, le relazioni e l’affettività. Secondo il punto di vista gestaltico e fenomenologico, che condivido pienamente, i sintomi e le malattie costituiscono delle modalità dei bambini per compensare degli squilibri e sopravvivere nel loro ambiente familiare.  Ci sono tanti comportamenti che portano bambini e famiglie in psicoterapia, ma prima di arrivare alla ricerca di un aiuto c’è sempre una storia di emozioni e dinamiche cristallizzate all’interno del nucleo familiare, che peggiorano costantemente. Dato che non è possibile soffermarsi su tutte, si cercherà di evidenziare quelle osservate più frequentemente. Probabilmente, una delle parti più difficili dell’essere genitori consiste nella comprensione ma soprattutto nella gestione delle proprie emozioni e di quelle dei figli. Inoltre, ci sono emozioni più facili da esprimere e altre molto più difficili, come la rabbia e la paura. In particolare, rabbia e aggressività costituiscono un grande motivo di preoccupazione per genitori, docenti e care givers, al punto da definirlo spesso e volentieri “comportamento-problema”. Generalmente, si è portati a pensare che il bambino abbia qualcosa dentro di sé che attivi questi comportamenti, e con questo presupposto si inizia una ricerca sistematica di elementi con l’obiettivo di interrompere il meccanismo. Spesso accade che la ricerca sia infruttuosa, e che nel frattempo il bambino amplifichi le parti problematiche coinvolgendo tutto il suo mondo affettivo. Viene spontaneo chiedersi cosa succede e dove si sta sbagliando.Innanzitutto, possiamo prendere in considerazione che “aggressivo, iperattivo”, sono dei giudizi o meglio delle etichette, che possono diventare l’unico segno distintivo di un bambino agli occhi della sua famiglia o degli insegnanti. Quando si osservano questi bambini, ci rendiamo conto che le loro azioni distruttive e il modo in cui comunicano sottendono tante emozioni, ma le azioni aggressive non sono assimilabili solo alla rabbia. La gestalt-therapy utilizza il termine deflessione per definire una condotta che “riduce la propria consapevolezza e porta all’evitamento della sensazione”. Allo stesso modo, i bambini aggressivi e violenti non sono solo arrabbiati, ma si sentono insicuri e rifiutati, portano delle ferite, nutrono un profondo senso di svalutazione per se stessi. E il meccanismo che attivano e nutrono, è orientato al graduale spegnersi della capacità di rendersi conto delle cose, all’interruzione della consapevolezza, al progressivo schermarsi dalle critiche e dagli apprezzamenti. A questo punto, che è quello in cui di solito si chiede un aiuto psicologico, si cercano soluzioni. Prima delle soluzioni però, potrebbe essere importante approfondire “come si è arrivati a questo punto” e “di cosa non ci si è accorti”. Infatti, è importante rilevare come il processo attraverso cui il bambino comincia a modificare i suoi atteggiamenti rendendoli violenti e aggressivi, sia appunto un “processo”, e dunque un evento graduale.Generalmente, i bambini mostrano i propri bisogni in modo più o meno esplicito, e cercano di entrare in contatto emotivo con il proprio ambiente familiare. Esprimono le emozioni senza il filtro razionale tipico dell’adulto, e questo è spesso interpretato in modo negativo, richiedendo un controllo emotivo che non appartiene alla loro età. Inoltre, spesso si osserva un comportamento quasi automatico degli adulti, non orientato all’accoglienza ma piuttosto all’interruzione delle emozioni. Quante volte si chiede ai bambini di non piangere, sminuendone il motivo, rimarcando che ormai sono grandi o addirittura deridendoli? Questi comportamenti sono talmente diffusi che è difficile fermarsi un attimo per chiedersi che cosa si vuole ottenere realmente dal bambino. Probabilmente, un primo passo per comprendere il mondo infantile è prestare attenzione a ciò che succede, stabilendo una relazione che non sia giudicante ma semplicemente presente. Indubbiamente, per i genitori è molto difficile riconoscere alcune dinamiche, perché vi sono immersi totalmente e da tanto tempo, spesso anni.  Alcuni di loro riescono ad attuare dei cambiamenti efficaci, ma una buona parte compie tentativi che non portano ai risultati sperati.  Indubbiamente, ci sono tantissimi problemi che possono essere affrontati e risolti nell’ambito di percorsi psico-educativi finalizzati a valorizzare le competenze e le risorse dei genitori. A volte questo è l’unico modo possibile per intervenire, proprio perché c’è necessità di confrontarsi con punti di vista alternativi, sperimentando a piccoli passi che il cambiamento è possibile se ognuno si riappropria della responsabilità che gli appartiene, del ruolo familiare che lo contraddistingue, del piacere di condividere momenti o azioni in coppia o con i figli.


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